Costume e Società

Non potete rubarci le sere in discoteca

Stavo cercando informazioni sulla discoteca Taxido e mi è apparso tra i risultati questo articolo di Repubblica dell’11 febbraio 1990 firmato da Leonardo Coen. Lo ricopio qui perché ho tentato di ricostruire i virgolettati persi nell’originale.


VICENZA. “Al diavolo l’assessore regionale diccì che vuole dimezzare la notte. La mia notte non sarà sacrificata alla stupidità di qualche politicante che alla vigilia delle elezioni escogita una mossa ad effetto”, s’arrabbia Alfredo Saccardo, trentunenne imprenditore di San Vito vicino Schio, barba lunga alla Mickey Rourke, soprabito blu slacciato, una mascherina di carnevale attaccata al bavero, la sigaretta accesa perennemente, “è passata l’era del coprifuoco”. “Ci tolgono la libertà”, strepitano altri, “non siamo tutti degli ubriaconi, come vuol far credere Aldo Bottin, l’assessore al Lavoro”, aggiunge Antonio Forcato, 32 anni, agente di commercio che abita a Marostica e in discoteca ci viene con la moglie Mary Toniolo, 27 anni: “Nostra figlia è dalla nonna, per noi queste sono vere e proprie vacanze. Un mese e mezzo di libertà guadagnata e poi ti arriva questo tipo che ci obbligherà a tornare a casa, manco fossimo al collegio”.

Butta bene, questo venerdì sera al Taxido di Molvena, tra Vicenza ed Asiago. Dodicimila lire per ingresso e consumazione. Poco più di un cinema di prima visione. Arredamento vagamente liberty attorno alla pedana principale. Di sotto, dove si balla la musica degli anni Settanta, divani fioriti sul viola e il rosa e luci più basse. La gente, alle due, continua a ballare, a bere, a flirtare mentre Borillo, al secolo Roberto Boribello da Vicenza, mixa un po’ di dance music. Al Taxido, che sarebbe l’ americano Tuxedo (smoking) italianizzato, ci vengono tutti. Anche da Venezia, da Verona, da Treviso, da Padova, dove impazza un altro luogo mitico della notte, l’Extra-Extra. Con il Movida di Jesolo, sono la sacra trimurti della disco dance. Sono loro che fanno tendenza. Il cinquanta per cento dei tavoli è sempre prenotato.

Guai a mettere il guinzaglio all’ esercito del sabato sera: “Gli andremo a suonare i clacson delle nostre automobili sotto casa tutta la notte minacciano i futuri scippati delle ore piccole”. Aldo Bottin li ha offesi: “Ci ha trattato proprio come bambini”, è il pianto generale. Al Taxido non si dimenticano il volantino apparso nelle campagne del Veneto, che accusava: “Nelle discoteche c’è Satana?”. Oppure le accorate denunce del senatore dc Angelo Pavan, sindaco di Paese, presidente della Marca trevigiana, sottosegretario agli Interni, che incitava le mamme contro i figli, possibili vittime di incidenti stradali provocati dall’abuso di alcolici somministrati nelle discoteche. La musica rimbomba per pochi intimi, ormai. Son passate le tre di notte. I giovani hanno fatto fagotto. Spariti. Non sono molti, gli irriducibili della notte. Ma non sono nemmeno quei ragazzini che l’assessore bacchettone ha detto di voler proteggere dalle stragi del sabato sera. Gli ultimi a mollare hanno trent’anni, una fauna notturna che non lesina champagne e spaghettate per tirare l’alba. Sesso droga e rock and roll sono in bacino di carenaggio. E fuori, le auto lasciano il parcheggio senza sgommare. Il peccato, in quest’angolo del Veneto bianco e ricco sfondato, ha un volto apparentemente tranquillo. Quello per esempio del Taxido, dove il denaro corre a fiumane ma dove poi si fanno i conti con realtà assurde.

Prendiamo il caso di Marostica, che dista qualche chilometro. Venticinquemila abitanti, neanche un cinema. Qualche piano bar. Massimo divertimento collettivo: la partita di scacchi viventi in piazza ogni due anni. Altrimenti ci si spara, per la noia. Di giorno, vige un solo sport: far quattrini. È l’Eldorado del sommerso, questa campagna punteggiata da immensi scatoloni prefabbricati. Schio e Valdagno, patria del tessile. Le macchine agricole a Breganze. La ceramica, a Bassano del Grappa. Le confezioni, linfa vitale di Marostica. Arzignano, capitale nazionale dell’ industria conciaria. L’oreficeria di Vicenza e dintorni.

Gente laboriosa, fin troppo. Poi, la gente vuol tirare il fiato. Vuole svagarsi. Ma trova ben poco. Perché gli amministratori pubblici hanno fatto ben poco, per accontentare i cittadini del Veneto profondo, questo ti dicono i giovani della provincia: “Così è nato il popolo della notte, così ha cominciato a percorrere la regione da una parte all’ altra per trovare quello che cercava”, ti spiegano in coro. Un popolo costretto a lunghe migrazioni. Quando si trova il posto giusto, si passa parola. Il Taxido lo è da tre anni. A scovarlo ci vuole la bussola, ma tutti sanno dov’è. Il tam tam topografico comincia al casello di Vicenza ovest: “Vai avanti, passati i tre semafori, volta a sinistra e tira dritto fino a Thiene. Qui giri a destra e infili la statale che porta a Bassano del Grappa. Poi chiedi. Tanto, sei quasi arrivato”.

Eccolo, finalmente, il Taxido, una delle settecento discoteche venete che fra pochi giorni dovranno, se passerà in consiglio regionale la proposta di Aldo Bottin, chiudere un’ ora prima, alle due della notte. Un’ora in meno vuol dire il trenta per cento degli incassi vanificato, si sono subito lamentati i proprietari e i gestori dei locali. Un’ora in meno ci brucia il divertimento, hanno protestato i centoventimila discotecari veneti. Il provvedimento è contro gli incidenti e la vita spericolata, si affanna a ripetere Bottin. “Balle!”, ribatte Flavio Faccin, 34 anni, titolare assieme ad altri due soci, del Taxido e di un’altra discoteca, il Paradise di Piovene Rocchette, “sono andato in prefettura, mi sono fatto consegnare le statistiche relative agli incidenti stradali della nostra provincia. Nell’89 ci sono stati 38 morti sotto i trent’anni. Trentacinque di essi sono deceduti nell’ arco della giornata. Solo tre, dopo le due di notte”. “È un pretesto, quello di Bottin e di chi li appoggia. Un calcolo elettorale”, incalza il socio Maurizio Penello, 28 anni, padovano. “Perdere il voto di un rocchettaro, ma acquistare quelli del padre e della madre”.

Una emblematica statua della libertà in miniatura presidia l’ingresso. Cartapesta? Macché, pietra levigata, ventidue quintali, mica uno scherzo. Il parcheggio è zeppo di Mercedes e Bmw, di fuoristrada e grosse cilindrate, è lo specchio di una società dal benessere selvaggio, di una terra che ha visto uno sviluppo impetuoso. “Fasemo festa però rendemo per tre quarti del lavoro d’Italia”, borbotta ancora Alfredo Saccardo, e gli fa eco il Presidente, un orafo pieno di soldi che ha fama di play-boy, alto e capellone. “Ci siederemo in discoteca e non ne usciremo più”, promette invece Maurizio Mattioli, 28 anni, proprietario di una falegnameria a Pegolotto, in provincia di Venezia. Scuote la testa e continua: “Quel Bottin non ha capito nulla. I ragazzini usciranno prima dalle discoteche, e si ubriacheranno per davvero, pur di star fuori tutta la notte”. Qui dentro, per lo meno, restavano al sicuro…. Arriva un piatto di penne e il proprietario stappa un Ferrari brut. Il brindisi, si fa per dire, va alla salute dell’assessore.

— Andrea Peltrin, 23 Mar 2019.

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